Non si mise a leggere per non pensare: si mise a studiare per l’esame che avrebbe dovuto sostenere (e superare) di lì a qualche giorno. Diceva che aveva imparato a correre inseguendo i gatti per le stradine della sua Torino di allora. Ma i compagni lo guardavano correre e il giorno che il professore marcò visita lo spinsero ad affrontare lo sprinter della scuola, il liceo Cavour. E soprattutto a scalare quell’Everest che era per un azzurro degli Anni Sessanta il podio olimpico, il colle più alto in quei giorni di Roma. Aveva addosso la maglia con il numero 596, ma divenne il numero uno di quei Giochi che pure ci riempirono di azzurra felicità.