In una civiltà sempre più fondata sulla programmazione, sull’automazione e sulla (iper)simulazione di processi e dinamiche – la civiltà digitale e iperconnessa dell’Intelligenza Artificiale –, le straordinarie innovazioni tecnologiche ci restituiscono, in maniera anche convincente, l’illusione del controllo totale e della prevedibilità[1]: un’illusione (per la verità, una serie di illusioni) che si sostanzia nella progressiva marginalizzazione dell’Umano all’interno di processi, di sistemi e di ecosistemi che sono evidentemente complessi, ipercomplessi, vale a dire – di fatto – costitutivamente instabili, dinamici ed imprevedibili, impossibili da gestire e governare (proprietà emergenti, estrema sensibilità alle perturbazioni esterne, capacità di auto-organizzazione etc.