Quello passato è stato un anno di condanna alla continuità, generata dalla difficoltà di determinare un “altro” rispetto al lavoro – alzi la mano chi non si è sentito almeno una volta come un criceto sulla ruota: mi alzo, mi collego, lavoro, mangio, vado a dormire, mi alzo, mi collego, lavoro… – ed è successo proprio perché non abbiamo avuto la possibilità della discontinuità, delle linee di confine tra lavoro e vita definite dagli spazi, le distanze, le alternative.