Il talento precoce è spesso una gabbia di definizioni, ma nel caso di Dylan Mattingly l’etichetta di bambino prodigio – un violoncello tra le mani a cinque anni e la prima composizione a sette – si rivela un abito decisamente troppo stretto. Non si tratta di un vezzo accademico, bensì della linfa vitale che ne alimenta la visione: un ponte ideale tra il rigore del mito antico e le strutture della musica contemporanea. Qui si scatena un turbinio di incantevoli accordi minimali che cresce progressivamente, fino ad ambire a tonalità celestiali che si librano nell’aria come colombe al seguito del rintocco delle campane. Sono note che scorrono come lacrime, le quali, a furia di raccogliersi nel palmo della mano, inondano l’anima e con placida malinconia conducono l’ascoltatore verso il finale. Ma il congedo è solo apparente: per nostra fortuna, questa straordinaria avventura sonora è soltanto all’inizio.