Il suo bene supremo, continua, “non sta nel godimento di una coscienza tranquilla, sta nel possesso della timè, la pubblica stima”. L’uomo arcaico di Omero non subisce che gli effetti della fama e del suo opposto, appunto, la vergogna dettata dalla cattiva opinione degli altri. In fondo, Ulisse altri non è che un Oppenheimer devastato dal senso di colpa per la distruzione della civiltà troiana che però è soprattutto distruzione della propria civiltà. E tuttavia, così facendo cade nel didascalismo, poiché vuole esplicitare che Ulisse non è l’eroe arcaico tutto lucente di metis (a un certo punto, Damon parla di sé in chiave quasi auto-ironica come “l’eroe di Troia”), ma l’umano troppo umano generale che esclama come il pilota dell’Enola Gay: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto?”. Vuol forse dire che la loro universalità va didascalicamente tradotta per ogni epoca?