CULTURA Prima che si chiamasse fantascienza: le radici del genere di Mattia Sopelsa CONDIVIDIJacob Elordi nei panni della Creatura in Frankenstein di Guillermo Del Toro - Ken Woroner / © Netflix / courtesy Everett CollectionQuando nell'aprile del 1926 Hugo Gernsback mise in edicola il primo numero di Amazing Stories, la prima rivista interamente dedicata a quella che lui chiamava scientifiction, non riempì le pagine con racconti inediti. Sono opere che gli storici del genere classificano come "proto-fantascienza", perché il fantastico vi si regge ancora su allegoria, satira filosofica o pura speculazione astronomica, non su un procedimento che si presenti come scientificamente plausibile. Alcuni storici del genere preferiscono retrodatare ulteriormente le origini, includendo Kepler o Cavendish in una linea diretta; altri insistono che senza una comunità di lettori e un mercato editoriale dedicato non si possa parlare propriamente di "genere" prima del Novecento. È una fantascienza che si permette il pessimismo, l'ambiguità morale, la critica politica diretta: elementi che diventeranno centrali in molte fasi successive del genere, dalla distopia novecentesca alla New Wave degli anni Sessanta. È un meccanismo che vale la pena isolare, perché si ripeterà spesso nella storia dei generi popolari: un'etichetta commerciale nuova che si costruisce retroattivamente un canone, selezionando dal passato le opere che meglio si prestano a legittimare il prodotto presente.