È una parola scomoda, perché incrina una delle certezze più rassicuranti del diritto tradizionale: l’idea che il consenso, quando formalmente espresso, basti a legittimare una relazione, un atto, una scelta. È una norma potentissima, perché rompe l’equazione automatica tra consenso e validità giuridica. E ciò che non è desiderato, in un contesto di potere, non può essere legittimato invocando semplicemente il consenso. In definitiva, la sottomissione ci ricorda che la libertà non è un presupposto astratto, ma una condizione concreta. Dove il potere è squilibrato, il consenso può essere una maschera.