L’esordio del gruppo sperimentale irlandese Rùn non è materia facile da discernere senza cadere in ovvi e non sempre lusinghieri paragoni. Il crescendo del brano è ossessivo, tagliente, musica e grida umane si fondono in un rituale orgiastico che svela la disumana ipocrisia religiosa. Il terrore per i Rùn non è una finzione narrativa, è il racconto di una realtà sommersa dove la purezza appartiene alle anime narranti. Il groove funk di “Your Death My Body” è seducente come il suono del pifferaio di Hamelin, la voce di Tara è egualmente ingannevole, a volte suadente come quella di Beth Gibbons, a volte diabolica al pari di Diamanda Galas. Un miscuglio di sacro e profano, di calma e furore che trova perfetta esegesi nella conclusiva “Caoineadh”, un’evoluzione semantica di drone-music dai toni placidi, che confonde l’anima e la ristora in un processo di reinvenzione sonora che toglie il fiato.